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Nicola Zamperini

Poesia pubblicata il 06/10/2017 | 74 letture

Qui, sulla rete non fatta dal ragno,
in mezzo a mille racconti funesti
siffatti di morte e truci massacri,
m’appare quest’incredibile matto,
che, folle di follia indotta da altri,
con “altro da sé” prendeva distanza.
A vita fu chiuso senza una colpa,
se non d’amore di madre non dato
e poi per essere stato marchiato
dal timbro “Non Noto”, un padre sparito.
Loquace, di chiassosa natura,
perse per sempre la voglia di voce
e poche furon parole poi dette.
Al muro del “Ferri” quindi rivolse
il suo volto di guitto perduto.

Quant’era lungo quel muro di cinta,
ed alto, in alto da non arrivare.
E come si sal senza scala alcuna?
E come si scrive senz’una penna?
Vietate entrambe per vili ragioni
facesti col braccio il bordo al soffitto
e dalla fibbia dell’unica giubba
con l’ardiglione pennello ti désti.
Un’ora al giorno in vent’anni filati
copristi cento e più molt’altri metri
del muro a segni, lettere e disegni;
a volte pura e vera poesia
ancor talvolta incapibili segni.
E son graffiti, disegni di mappe,
e frasi più adatte ai vecchi profeti,
in quanto tornan più forti alla mente
il giorno in cui le hai viste avverate.
Più di Olympia t’eri perso in un sogno,
ma la tua tela, semiotico libro,
è solo quella parete sul muro
sul quale tu tracci prima il contorno
e poi per forza la devi coprire.
Messaggi avuti da aliene persone,
li senti che salgon lungo la mano,
dal polso, poi al braccio, fin nella testa
ti dicon chi sei, ti chiaman per nome.

Sei tu su quel muro a dire che vivi,
non solo scarto di vile esistenza,
non sono i lacci che stringon le gambe
che fanno male bloccandoti al letto,
non solo merda che sborda dal buco,
non solo pazzo nascosto da sbarre,
ma mente viva all’interno del mondo.
E premi sul muro dell’ospedale,
continui col ferro, incidi la pietra,
qualcosa di nuovo fai trapelare
parlando con Aldo, allegro custode.
Forse un amico in quei luridi giorni,
passati nel nulla e dentro all’oblio,
al quale spiegar quell’opera immensa,
creata su pietra e rotta dal vento,
che, nostra incuria, sta andando a sparire.

Di queste vite rinchiuse per sempre
in questi posti scordati dai savi,
perdute nel tempo e spazio negato,
non resta nulla di loro memoria.
Tu sol per loro un fil di voce hai dato
per far in modo qualcuno si chieda
da quale parte del muro di pietra,
sia giusto, la gente normale ci stia.

Nota dell'autore:

«Tributo a \\\"Nannetti Oreste Fernando\\\", insigne ed inconsapevole esponente dell’\\\"Art Brut\\\" italiana... il nome inserito nel testo è di pura fantasia e non si riferisce a persona esistente.»

 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza il consenso dell'Autore.

Nicola Zamperini

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